Un’orchidea per Aung San Suu Kyi

Un’orchidea per Aung San Suu Kyi

Non so a voi ma a me questa vittoria di Aung San Suu Kyi alle elezioni birmane fa bene al cuore. E la sua storia, alla luce di questo nuovo capitolo, diventa ancora più ispirante.

Qualche anno fa ho visitato il Myanmar. Di Aung San Suu Kyi avevo sentito parlare, come la maggior parte degli italiani, per il Nobel alla pace. La sua figura trasmetteva carisma allo stato puro ma conoscevo poco della sua storia e, trovandomi nel suo paese, mi è sembrato quasi doveroso approfondire. Allora, durante un trasferimento notturno in bus, schiacciati in due seggiolini troppo stretti e smezzandoci un auricolare a testa delle cuffie, io e il mio compagno di viaggio ci siamo guardati sul portatile The Lady – L’amore per la libertà, il film biografico sulla sua vita diretto da Luc Besson. Non ve ne farò una recensione, non è questo il senso del post, ma posso consigliarne la visione perché non solo è una buona opera ma è un racconto che spoglia il cuore e fa venire i brividi all’anima.

Il dolore è entrato prestissimo nella vita di Aung San Suu Kyi: il padre, che aveva negoziato l’indipendenza della nazione dal Regno Unito, fu ucciso da alcuni avversari politici quando lei aveva solo due anni. Crescendo, non ha rifiutato quel dolore ma ne ha fatto una radice su cui far germogliare la propria identità. E, infatti, della vita di questa donna, che viene anche chiamata l’Orchidea d’acciaio, non impressiona la sofferenza ma il coraggio e la bellezza con cui lei l’ha affrontata, prendendo scelte consapevoli per quel valore di libertà che aveva fatto suo, in ogni cellula e in ogni respiro.
Un passaggio della storia che a me ha divelto il cuore è quello della morte del marito Michael, inglese e studioso di cultura tibetana, un uomo che l’ha sempre sostenuta nella battaglia per difendere una terra che non era neppure la sua. Lui, malato di cancro, non aveva il permesso di entrare in Birmania e, se Aung San Suu Kyi avesse lasciato il paese, non avrebbe più potuto tornarci, dovendo interrompere la lotta a cui aveva dedicato una vita. Perciò, con la comprensione della famiglia che la conosceva e l’amava veramente, lei decise di rimanere a Yangoon per non vanificare il senso di molte esistenze. Un vero sacrificio, nel senso di rendere sacro: in quell’ultimo abbraccio che s’è negata c’è tutta la forza e la grandezza di questa donna, e tutta la piccolezza e la crudeltà dei suoi avversari. Ed è anche per questo che, tornati nella capitale, io e il mio compagno di viaggio eravamo andati a lasciare due corone di orchidee di fronte a casa sua, in omaggio alla meraviglia che può essere l’umano se lo vuole. Ed è anche per questo che oggi, sono profondamente felice per lei. Perché si merita questa vittoria e si merita immensa gioia a ricompensa di quello che le è stato tolto per la sola colpa di credere nella libertà.

E a me fa bene ricordarmi che bisogna lottare per quello in cui si crede. Anche se ci sono giorni in cui sembra impossibile trovare la forza e momenti in cui si dubita di quel dubbio logorante che nulla crea e tutto distrugge, ha un senso continuare a credere nella forza dei propri valori. Perché c’è un giorno in cui, come sta capitando a Aung San Suu Kyi, potresti avere la possibilità di cambiare la storia.

Patti

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