Intervista a FRANCESCO LAVIANO, il napoletano atipico

Intervista a FRANCESCO LAVIANO, il napoletano atipico

Soulteller, souldrawer e/o soulvoice?

Soulteller.

Perché hai scelto di partecipare al progetto Soultrotters?

Perché chi mi ha presentato il progetto me ne ha fatto innamorare più o meno subito e perché mi piace scrivere. Mi viene in mente una poesia di Nino Pedretti, un poeta di Santarcangelo di Romagna, che dice più o meno così: “Non ditemi che il mondo è brutto, malato, ridotto in merda. Il mondo ha bisogno di esser bello, anche se ti urla il cuore, anche se ti strappano le dita”. E mi viene in mente che Luigi Malerba, una volta quando gli han chiesto “Perché scrivi?”, ha risposto “Per capire quello che penso”, che è una bella risposta. Ma secondo me una risposta ancora più bella sarebbe la poesia di Pedretti.

Qual è il soultrotter a cui ti sei ispirato che ti ha coinvolto di più e perché?

Learco Pignagnoli, perché non si può non amare, ammesso che esista, un filosofo nato a Campogalliano e a San Giovanni in Persiceto e che lavora presso la ditta “Scoppiabigi e figli”, dove bada al loro lupo.

Non ci piacciono le semplificazioni, siamo tutti esseri umani complessi dall’animo caleidoscopico. Ma prova a raccontarti come fanno i bambini: giocando al “Se fossi…”.

Se fossi un colore…

Il bianco, perché contiene tutti gli altri colori.

Se fossi un sapore…

Decisamente il sapore del caffè al mattino.

Se fossi una citazione…

“Delle volte la vita diventa una finestra sulle cose che si vedono di là come nei sogni: un panno che ciondola nel vento, un fiore, una ragazza e quella luce bianca del mondo dove non ci sei.” (Nino Pedretti)

Se fossi un libro…

I libri degli altri sono le cose che mi governano. Mi spiego: a leggere questa domanda mi è venuta in mente una cosa che ha scritto Paolo Nori, che non son mai riuscito a dimenticare, sui libri, certi libri, come “Il maestro e Margherita”. Nelle prime pagine c’è una signora che gestisce un chiosco di bevande sovietico e apre due succhi di albicocca e intorno si spande odore di parrucchiere, e da quel momento lì, lui, Paolo Nori, tutte le volte che sente odore di parrucchiere pensa a “Il maestro e Margherita,” e se non avesse letto “Il maestro e Margherita” probabilmente non avrebbe mai riconosciuto, nella sua vita, l’odore di parrucchiere. O come le poesie di Chlebnikov, “e le ragazze, quelle che camminano, con stivali di occhi neri, sui fiori del mio cuore”, o come le cose di Charms, “e prova a restare indifferente, quando finiscono i soldi”, o come le opere di Learco Pignagnoli, “e tutte le volte che ho pensato che tranne me e te, il mondo è pieno di gente strana, e poi anche te sei un po’ strano”. E allora gli è venuto da pensare che lui, invece che dai vari governi che si sono alternati alla guida del paese, lui, piuttosto che da loro, è stato governato da Bulgakov, da Chlebnikov, da Charms, da Mandel’štam, da Blok, da Puškin, da Anna Achmatova, da Lev Tolstoj, da Gogol’, da Dostoevskij, da Ernesto Ragazzoni, da Venedikt Erofeev, ed è stato, a volte, per degli attimi, per dei giorni, per dei mesi, un suddito felice e riconoscente. E a volte, anche io, mi sento, nei loro confronti, per degli attimi, per dei giorni, per dei mesi, un suddito felice e riconoscente. Se però devo proprio sceglierne uno, di libro, direi “Europeana. Breve storia del XX secolo” di Patrik Ourednik.

Se fossi un film…

“Valzer con Bashir” di Ari Folman.

Se fossi una canzone…

“I need my girl” dei The National.

Un fatto storico che avresti voluto vivere o un evento a cui avresti voluto assistere…

Ai concerti che han fatto i Sigur Rós in giro per l’Islanda nell’estate del 2006 e che sono documentati in un doppio Cd che ha un titolo bellissimo: “Heima”, che significa “A casa”.

Il momento della giornata o il gesto quotidiano che preferisci…

D’estate, le sette della sera, ancora in spiaggia e niente e nessuno che mi aspetti altrove.

Un luogo che vorresti visitare…

L’Islanda.

Regalaci un’ispirazione per le prossime ore…

Se non c’è niente da ridere vuol dire che non c’è niente di tragico. E se non c’è niente di tragico, che valore vuoi che abbia?

Grazie, Francesco.

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