A te, uomo. A me, donna. A tutti noi, che scegliamo.

A te, uomo. A me, donna. A tutti noi, che scegliamo.

Ieri sera, mentre correvo tra le campagne, ho intravisto un gruppo di tre persone procedere nella direzione opposta alla mia. Sono un po’ miope, non avevo gli occhiali graduati e quindi da lontano non riuscivo a distinguere i dettagli delle loro sagome. Al pensiero che fossero tre uomini, nel cervello mi è passata l’immagine del mio corpo aggredito, violato e abbandonato senza vita nei vigneti che costeggiavano la strada. Ho avuto l’istinto di fare marcia indietro ma non ho voluto ascoltare la paura e ho proseguito al ritmo della musica. Però, quando avvicinandomi ho riconosciuto che una di loro indossava una gonna, mi sono sentita tirare un sospiro di sollievo e, solo a qualche metro, assicurandomi che erano tre signore di mezza età che passeggiavano tranquille per il paese, ogni parte di me si è potuta dire al sicuro. Non c’era pericolo.
Mi sono sentita pazza e fuori luogo a pensare che avrei rischiato violenza a incrociare tre uomini ma era uno di quei pensieri automatici, che non puoi controllare. Perché l’hai pensato?, mi sono domandata. E, allontanandomi un po’ da me, mi è venuta in mente la storia di Sara, i suoi capelli biondi, il fuoco sulla sua pelle, i fanali delle macchine nel buio della notte e ho compreso che certi pensieri, certe paure non appartengono al singolo individuo ma girano nell’aria, in un campo di coscienza a cui tutti apparteniamo e che, volenti o nolenti, ci condiziona.

Qualche anno fa ero una femminista piuttosto arrabbiata. Crescendo mi ero accorta che quella rabbia nasceva da alcune ferite personali alla mia sensibilità femminile e mi sono impegnata a guarirle perché desideravo camminare nel mondo non con l’atteggiamento della vittima sopraffatta ma neppure con quello dell’amazzone vendicativa. Io sono cambiata molto, sono ancora alla ricerca di un equilibrio ma posso dirmi molto meno ferita e molto meno arrabbiata: questo fa parte del mio percorso di maturazione. Ma ieri ho sentito di nuovo che quel che succede a ogni donna in quanto donna, al suo corpo, alla sua voce, ai suoi sogni riguarda anche la mia carne e il mio cuore. Ero di nuovo ferita e di nuovo arrabbiata. Non che me lo fossi dimenticato, no, ma speravo che agire su me stessa potesse essere sufficiente per aiutarci tutte, se ognuna di noi l’avesse fatto. Purtroppo non è così perché esiste ancora un mondo in cui clitoridi e libertà vengono asportati per togliere piacere e potere a chi ne avrebbe pari diritto ma non lo sa. E allora c’è bisogno di spiegarlo, di urlarlo, di sussurrarlo, di ripeterlo con parole e azioni diverse finché non la realtà non sarà diversa. Finché esisterà il maschilismo, dovrà esistere un femminismo.
Per quanto si cerchi di negarlo, psicologicamente e politicamente la questione di genere ci tocca ancora tutti e non si può dare per risolta. Certo, c’è il tema più ampio della violenza e della guerra che comprende ogni forma di oppressione, ma sono questioni generate anch’esse da una cultura patriarcale. Quindi, alla ricerca di un antidoto, non si può evitare di passare attraverso quel groviglio tra maschile e femminile che continua a ripresentarcisi, in quel che capita fuori di noi e che – più o meno consapevoli – ci s’attorciglia dentro perché un nostro simile arrivi a bruciare o a farsi bruciare in nome di una relazione che almeno per un momento aveva provato a chiamarsi amore.
Allora, continuando a correre verso casa, sono nate parole per gli uomini e per le donne. Sono parole che vorrei poter tacere perché in ogni generalizzazione c’è qualcosa che profondamente mi turba. Potremmo essere persone uniche e invece, come animali, ci troviamo ancora in branchi, uno di fronte all’altro con le armi in mano.

A voi uomini. Comprendo la vostra rabbia e il vostro dolore nel riconoscervi simili – anche solo per una somiglianza fisica – a un essere che è stato capace di tale crudeltà. Quella violenza è memorizzata nelle vostre cellule, come un patrimonio genetico, ma è solo la deriva di qualcosa che di per sé potrebbe salvarci, tutti. Si chiama forza ed è arrivato il momento che la usiate, non per farci male ma per proteggerci. Perché, per quanto dure possiamo diventare, a noi donne piacerebbe conservare la bellezza del lasciarsi andare alla morbidezza, alla fiducia, alla poesia della fragilità e per farlo abbiamo bisogno di sentirci protette. Come bambine, come donne, come sagge: a ognuna nel modo che le spetta nella sua stagione, ma con il medesimo rispetto e il medesimo amore. Ve lo chiedo perché voglio vivere in un mondo in cui, invece di correre con lo sguardo basso e il sorriso soffocato, possa ballare libera, nuda e rotonda quanto voglio, senza temere per la mia vita. Voglio muovermi nella mia vita sentendo il piacere di corpi maschili che respirano la stessa aria e vivono accanto a me, e non provare più quell’istinto alla fuga di fronte alla diversità che potrebbe uccidermi. Lo voglio per me, e lo voglio per tutte le donne che – al di là di qualsiasi competizione e rivalità – so essere mie compagne. Abbiamo bisogno di voi per fermare gli assassini, aiutateci. Fidatevi che un mondo così, di donne libere di sentire e uomini forti nel proteggerle, sarebbe un mondo più bello per tutti.
A noi donne. Ritroviamoci tra noi a curare le nostre ferite. Essere vittime può diventare un ricordo, se lo vogliamo. Quella dipendenza non ci appartiene più, ma è la deriva di qualcosa che di per sé potrebbe salvarci, tutti. Si chiama amore ed è arrivato il momento di proteggerlo, di non svenderlo, di renderlo intelligente. Non abbiamo bisogno di essere capite e riconosciute al punto da metterci in una situazione di pericolo. Dobbiamo avere il coraggio della solitudine perché sole non siamo, ci abbiamo a vicenda. La violenza non arriva improvvisa, è sempre stata lì ma non abbiamo voluto vederla. E non appena ne sentiamo anche solo una zaffata, facciamoci furbe e cambiamo aria. Se serve, andiamo lontano, senza voltarci indietro. C’è da convincerci che non esiste nessuna relazione – se non quella con i nostri figli – che valga il rischio della vita.
A noi tutti. Se non vogliamo distruggerci, dobbiamo guardarci negli occhi. E con la sintonia di uno sguardo in cui ci s’aiuta reciprocamente a liberarsi di ogni forma di allucinazione, abbassare insieme le armi.

Patti

Share This

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *