Lettera aperta agli Estra_Once again

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Il lunedì che gli Estra hanno annunciato il concerto d’addio mi ero svegliata pensando fosse domenica. L’aria di quel mattino straniante mi mostrava dentro, con crudele limpidezza, che il prezzo dell’equilibrio dell’universo è un dolore per ogni piacere vissuto. Non c’era altro da fare che piangerci su, anche se con il distacco e la maturità di chi ormai sa che gli occhi possono lacrimare senza scheggiare l’anima che sceglie di fluire. Ma intanto piangevo, girando per le stanze di casa con un tazza di tè nero tra le mani. Poi ho aperto Facebook e – coincidenza – c’era quello status che parlava di un ultimo atto, di un atto d’amore.

Gli Estra, per me e molti trevigiani (ma non solo), sono il gruppo che racconta la storia di una generazione. Dal 1991 fanno rock e poesia sotto i cieli del Nordest e ci hanno aiutato a tenere accesa l’anima quando la nostra terra voleva congelarci. Nel 2001 si sono messi in pausa, senza sciogliersi. E poi l’anno scorso sono tornati per una reunion. Nel 2014, l’annus horribilis della mia vita affettiva, l’Estremo era tornato dicendo: L’amore ha le proprie leggi, spesso va a cicli. Era impossibile non prenderlo come un fatto personale, la speranza che quando meno te l’aspetti – perché pure noi fans accaniti ci stavamo rinunciando a vederli suonare di nuovo insieme – può accadere la scintilla che genera la meraviglia. Mi sono concessa una primavera da groupie e li ho seguiti in tutto il tour: Roncade, Milano, Firenze, Roma. E poi anche a Vascon e a Padova. Ho cantato, ballato, saltato, pogato, urlato, sudato. Sottopalco. Insieme a chi era cresciuto con me con quelle canzoni. È stato l’inizio della guarigione, pezzi d’anima che si ricomponevano in un’identità in cui potevo riconoscermi. Dopo, a Natale, c’è stato Treviso. Non c’ero ma una parte di me era lì con loro: perché, mentre sul palco gli Estra paventavano lo scioglimento definitivo, io sorvolavo l’oceano e attraversavo le onde più violente di quei dodici mesi. Definitive anch’esse, direi: un punto di non ritorno. Poi è iniziato il 2015 e non se n’è più sentito parlare. Anch’io ho guardato avanti, altrove. Fino all’annuncio di quel lunedì di giugno.
Leggendolo la prima volta, ho incassato il colpo. Ho pensato alla forza dell’atto estremo, come fare l’amore l’ultima volta con una persona a cui una parte di te apparterrà per sempre sapendo che è l’ultima volta. Ci vuole coraggio, quello che non ha paura di guardare in faccia la realtà. Ci vuole consapevolezza, tanta quanta ce ne vuole per un inizio. Ci vuole energia, un profondo desiderio di bellezza da investire onestamente anche nella morte, riconoscendola come l’altra faccia della vita. Mi sono lasciata sconvolgere da ciò che non fa piacere guardare, ma è autentico: le proprie negazioni, la propria codardia, la propria miseria che genera rimpianto. E dentro di me ho ringraziato gli Estra per il loro coraggio, la loro consapevolezza, la loro energia.
L’amore è finito, non genererà altri cicli. Questo è l’ultimo, prendete e godetelo tutto. E poi morite con noi. Amen.

Ma sono passati i giorni, le settimane e la luna si è fatta vuota e poi di nuovo piena. Una voce diversa si è creata una fessura dentro di me, sussurando che in tutto ciò c’è qualcosa che non mi convinceva. E, sparandomi a tutto volume Veleno nelle orecchie, ecco che quel qualcosa ha preso forma. Un coraggio, una consapevolezza e un’energia che – per dirla con le parole di altri musicisti – non hanno la religiosa accettazione della fine. E non perché non la vogliono guardare in faccia ma perché c’è la scelta di puntare lo sguardo più in là, alla rinascita che segue la morte. Se per ogni inizio c’è una fine, per ogni fine c’è un inizio. Se non esiste la certezza di un per sempre insieme, non esiste neppure quella di un per sempre separati. Ci rimane, allora, solo l’hic et nunc, da vivere.

Quindi, partendo da qui, potendo parlare al cuore degli Estra, dopo averli ringraziati per la loro provocazione, vorrei provocarli a mia volta. Con una domanda: non è che questo desiderio di seppellire il passato non sia, invece, un’incapacità di accettare e lasciare andare ciò che nel passato ha fatto male e di trasformare la bellezza che ancora pulsa in una forma diversa che possa avere vita nel presente?
Noi fans sappiamo le storie del successo che avrebbero potuto avere e non hanno avuto perché non si sono piegati a certe logiche o perché certe altre logiche hanno piegato loro come piegano qualsiasi essere umano appartenente a questo sistema di merda che è il capitalismo dell’ignoranza. Sappiamo che dei concerti degli Estra non ci campa nessuno, che non è semplice rimettersi a suonare insieme per qualche data all’anno, che le esistenze individuali sono difficili da armonizzare in un gruppo. Sappiamo che al di là dell’apparenza di una serata di magia c’è il sudore del sacrificio e l’umiliazione di vivere in una terra che non riconosce il valore dell’impegno artistico e che, anzi, lo disprezza. Sappiamo tutto ciò ma sappiamo anche cosa proviamo a ogni concerto, a ogni canzone, a ogni nota. Sappiamo che per gli Estra ci esalteremmo a ogni nuovo pezzo, faremmo centinaia di chilometri nella notte, ci faremmo inzuppare dalla pioggia anche se ormai andiamo per i quaranta e oltre. Sappiamo che quell’onda di energia che si solleva quando siamo tutti insieme e urliamo al costato tagliato ed esposto di Giulio dura qualche minuto ma che quel contatto con l’anima rock che ognuno di noi ha è prezioso nutrimento per giorni, settimane e mesi di recinti che ci ingabbiano.
Per ogni ferita c’è una guarigione, per ogni crisi c’è una possibilità di trasformazione. Certo, nulla tornerà come un tempo; l’impermanenza non è un’illusione, esiste. Per essere qui e ora, è necessario abbandonare ogni aspettativa e consegnare la propria resa al presente. L’aspettativa è umana e forse è utopico pensare di riuscire a domarla per godere semplicemente di ciò che c’è, della bellezza sopravvissuta alla distruzione, della poesia che fiorisce tra macerie di dolore. Ma c’è chi pensa valga la pena provare a rinascere insieme ogni primavera. C’è anche chi non ha più questa possibilità che – ci scommetto, come Pascal – vorrebbe avercela e fottere la fine. Potendo parlare al cuore degli Estra facendomi voce dei fans, chiederei loro di salire sul palco per l’ultimo concerto dandosi la possibilità di una rinascita.

Cari Estra, non vi chiediamo una risposta ma sappiate che, se non terrete fede alle vostre parole e l’ultimo concerto non sarà l’ultimo, non vi considereremo uomini la cui parola non ha valore. Se qualcosa vi passerà da dentro – e quel qualcosa potremmo essere noi fans a generarlo e a voi chiediamo solo il coraggio di sentirlo, come ci avete insegnato a fare – noi ci saremo anche a un altro ultimo concerto, o a un primo di una nuova vita. Se cambierete idea, noi sottopalco ci ritorneremo. E non perché non abbiamo il coraggio di andare avanti ma perché più la vita scorre e più siamo consapevoli della necessità di salvare la bellezza che sopravvive dandole forza, di continuare a essere rock per creare un mondo libero.
Poi la vita, e la morte, sono una questione di scelte. Qualsiasi sarà la vostra, umanamente la rispetteremo. Artisticamente rimarrà la vostra musica e questa eternità che sfida l’impermanenza è la magia dell’arte, che molto assomiglia a quella dell’amore. Sentiremo la mancanza del vostro essere live, ma non vi useremo come alibi per dimenticare una parte di noi, sopravviveremo interi. Nei nostri cuori per voi ci sarà sempre un grazie, per quel che è stato. Ma in un dialogo sincero, come è sempre stato il vostro con il pubblico, era doveroso esprimere anche la nostra dissidenza a questa vostra scelta.
Anche il nostro è un atto d’amore. E di fiducia.

Con libertà e bellezza
Patti, e chi sentirà sue queste parole

Pics by Silvia C. Cattaneo

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