Non prendere di mira, piuttosto prendi la mira! #porteouverte

Non prendere di mira, piuttosto prendi la mira! #porteouverte

Quando, mentre anche tu sei a un concerto a cantare, ballare, urlare e pogare e ti sembra che la musica sia proprio la libertà catartica di cui le persone – me, voi, tutti – hanno bisogno ora più che mai e da un’altra parte del mondo – non così distante, tra l’altro – qualcuno muore per essersi preso il rischio di fare ciò che ama, qualcosa ti passa dentro. E comunque, anche se non fossi stata intenta a compiere la stessa azione delle persone che ieri a Parigi hanno perso la vita negli attacchi terroristici, di fronte a ciò che è accaduto non potrei rimanere indifferente. Proprio come voi e come chi ci circonda: tutti stanno provando qualcosa, tutti hanno qualcosa da dire o da tacere, tutti sono stati toccati. Ed è legittimo, quasi doveroso, direi. Naturale e umano.
Non si può chiudere gli occhi, ignorare e rimandare. Non è più possibile nessuna edulcorazione della realtà. Abbiamo a che fare con un mostro, non ci sono dubbi. In questo organismo che si chiama società, è in corso una lotta per la vita o la morte. Perché sì, c’è qualcosa di profondamente malato in quello che sta succedendo e negarlo sarebbe pazzia.
Ma come si combatte questa malattia? Trovare la cura è una sfida, come ben sa qualsiasi ricercatore. Ci vorrà del tempo ed è necessario che ognuno apporti il suo contributo. È un’impresa titanica che nessun eroe solitario può compiere per la massa. È una guarigione che per essere efficace deve essere globale: basta una cellula impazzita per innescare la distruzione di un organo.
Come tutti non ho verità assolute e soluzioni definitive, ma vi propongo qualche spunto per riflettere perché questo è il contributo che io posso dare oggi, con il massimo rispetto e la massima umiltà.

Quando stiamo male, proprio come stiamo oggi, ancora prima di sapere qual è la causa di ciò che ci crea dolore e costituisce una minaccia per la nostra sopravvivenza, abbiamo paura. Tutti, nessuno escluso: è l’istinto animale che si attiva per far sì che il malessere venga preso in considerazione. Un animale braccato ha paura e questo gli permette di attaccare o fuggire, reagire in qualche modo al predatore. Ma, a differenza degli animali che rispondono per puro istinto del sistema limbico, come esseri umani abbiamo sviluppato la neocorteccia cerebrale e, quindi, abbiamo la possibilità di una scelta che tenga conto della complessità.
Di fronte a qualsiasi malattia, essere preda della paura, provarla senza gestirla, ci rende deboli, anche quando crediamo di essere più forti. La paura paralizza, fa perdere lucidità, genera catastrofismo, scoraggia, deprime, ci rende autodistruttivi. La paura s’impossessa di noi e pensa, parla, si muove al posto nostro.
Non so voi ma io, in questo momento, in tutte le reazioni che sto osservando – da quelle più violente ad altre più pacificatorie – vedo tanta paura. Ammettere di averne non deve farci vergognare perché siamo tutti (anche) animali, è naturale sentire questa emozione. Reprimerla non serve a niente, c’è e ci dobbiamo convivere. Ma non possiamo scegliere con lucidità e saggezza se ne siamo preda. Esserne consapevoli è il primo passo per non esserne scacco e non esserne scacco è necessario per poterci concentrare sulla cura della malattia, che dovrebbe essere il focus prioritario.

Quando stiamo male, la malattia è il nemico: noi contro di lei, in lotta per la sopravvivenza, appunto. Ma per capire contro cosa combattere, abbiamo bisogno di una diagnosi. Se ho un tumore al fegato, non mi faccio un trapianto di cuore. Se ho un tumore al fegato, non mi faccio neppure la chemioterapia al pancreas. Perché la cura sia efficace deve essere mirata. Una diagnosi esatta e tempestiva in alcuni casi può salvare la vita. Inoltre, sapere di cosa soffriamo – anche se in un primo momento può provocare uno shock – poi aiuta a contenere la paura: se ho un tumore al fegato, infatti, non mi devo preoccupare delle metastasi al cervello ma concentrarmi a curarlo per evitare che degeneri.
In giornate come quella di oggi, di diagnosi se ne fanno parecchie e tutti c’improvvisiamo medici, spesso incompetenti e allarmisti che sproloquiano uno contro l’altro. Oppure, di competenze utili pure ne avremmo per scambiarci punti di vista interessanti ma lo facciamo con la pretesa della tuttologia, generando un dialogo tra ginecologi che, invece di far nascere bambini, aggiustano ossa spezzate e oculisti che vogliono curare leucemie. Perciò lungi da me voler dare una diagnosi esaustiva o avventurarmi in discorsi che non ho la preparazione per affrontare ma, come detto prima, faccio la mia ipotesi sperando che aiuti a completare la visione di qualcun altro, e viceversa.
Per me la grave malattia con cui stiamo avendo a che fare si chiama intolleranza. I sintomi possono essere svariati e vanno dall’ignoranza alla perdita d’identità, dalla sete di potere alla violenza. Ma la malattia è la stessa e, lo ripeto, si chiama intolleranza. Questa è la malattia dei terroristi, di coloro che sparano su esseri umani loro simili per farsi ascoltare e imporre le loro idee. Ma è anche la malattia di chi chiede che vengano chiuse le frontiere, che venga giustiziato il colpevole (che è ben diverso da pretendere giustizia), che urla contro i buonisti che non reagiscono con violenza e non si domanda neppure se e che cosa lui e i suoi amici stiano facendo per contribuire a un circolo vizioso storico, politico ed economico che ci porta sempre a vedere nella guerra l’unica soluzione possibile ai problemi dell’umanità. E, infine, è anche la malattia di chi si dichiara pacifista ma usa una filosofia per non prendere posizione (anche qui c’è da fare una distinzione tra schierarsi e prendere posizione) o, appena viene provocato, se ne dimentica e cede alla violenza distruttiva come coloro che accusa. L’intolleranza è la malattia che abbiamo tutti, di cui soffre la nostra società popolata di uomini e donne che non riescono a tollerare nemmeno se stessi, figuriamoci gli altri. L’intolleranza genera paura e la paura genera, a sua volta, nuova intolleranza. E così non se ne esce mai, riperpetuando un inferno che – non serve chiamare in gioco le religioni – è proprio qui e ora.

Quando soffriamo di un eccesso, tendiamo a pensare che la cura stia nell’estremo opposto. Ecco, io non voglio fare questo. Non credo che la cura all’intolleranza stia nella tolleranza a tutti i costi, sarebbe semplicistico.
Non tutte le azioni possono essere messe sullo stesso piano: uno che prende in mano un’arma per ammazzare e uno che scrive uno status violento su Facebook in preda al terrore generano conseguenze diverse e così vanno considerati.
C’è una violenza distruttiva che colpisce gli esseri viventi e una, a mio parere, costruttiva che è quella delle idee scardinanti che sanno opporsi alle correnti della massa informe, spesso condizionata da leader spinti da deliri di potere individuali.
Ci sono processi che necessitano di tempo per essere elaborati e, se una soluzione possibile a tutto ciò io continuo a pensare che stia in un cultura che si radichi nella libertà e nel rispetto, nel frattempo c’è bisogno di sapersi proteggere, anche con forza.
C’è un bisogno impellente di entrare in contatto con la complessità e con la fatica che essa comporta. Ad esempio, se in Italia c’è la mafia, nessuno di noi pensa che tutti gli italiani siano mafiosi e che una soluzione per combatterla sia chiudere gli italiani all’interno del loro confine. Perché ci viene facile, invece, assimilare l’Islam al terrorismo e liquidare la faccenda facendo di tutta un’erba un fascio?
C’è da farsi carico veramente delle proprie radici e della propria identità con un atteggiamento maturo. Non ci si può incazzare con l’Islam perché è retrogrado e poi essere uno stato in cui s’inventa lo spauracchio della teoria del gender per non accettare che si vive in un tempo in cui alle persone non devono essere pregiudicati dei diritti in base al loro orientamento sessuale. Non ci si può dichiarare europei (e quindi di matrice illuminista) e, quando provocati, invocare la barbarie della tortura.
E potrei andare avanti per ore a scrivere perché il vaso di Pandora scoperchiato per l’ennesima volta da un atto di violenza è immenso e ci mette di fronte alla quantità di questioni che vanno affrontate per sentirsi a casa su questa Terra in cui nessuno, da solo, possiede la verità assoluta. Finora abbiamo potuto ignorarlo, ora non ci è più possibile farlo: il mondo è uno e quello che succede lontano da noi ha delle conseguenze anche sulla nostra vita.

Individuare nell’intolleranza la malattia di cui soffriamo è un primo passo alla ricerca di un nuovo equilibrio. La cura è un nuovo modo di guardare all’essere umano e al mondo e, siccome c’è una ricerca da fare perché non sappiamo quale sia questo modo, facciamo perfino fatica a immaginarlo. Non è facile ma possiamo partire dal voler prendere la mira verso quell’obiettivo, senza prendere di mira nessuno. Perché dividere il mondo in buoni e cattivi c’ha portato qui e non mi sembra si stia poi così bene.
Oggi, motivati dal rispetto per le vittime del massacro e per i parigini che hanno risposto all’attacco con l’hashtag #porteouverte (porte aperte) per offrire solidarietà a chi aveva paura, è un buon giorno per puntare dritti a un mondo che non sia più così infernale. Cominciando a prenderci cura della nostra paura e della nostra intolleranza.

Patti

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

(Italo Calvino da “Le città invisibili”)

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