Ai miei colleghi trentenni (o quasi): riprendiamoci il nostro spazio

Ai miei colleghi trentenni (o quasi): riprendiamoci il nostro spazio

Questa sera, con la presentazione di Soultrotters in DrinkArt #3: Art is Soul di Lavanderia Young, ho avuto l’ennesima conferma del potere che abbiamo – e che troppo spesso sottovalutiamo – di dare forma alla realtà.
Esporsi a un pubblico e mostrare una parte di se stessi, fatta di pensieri ed emozioni che ci coinvolgono autenticamente, credo sia – per la maggior parte delle persone che si ritrova a farlo – un percorso che si affina con l’esperienza. Le prime volte la timidezza e l’agitazione possono avere la meglio, poi s’impara a gestire i propri stati d’animo e ci si ritrova a farlo con più facilità e dimestichezza, come se l’avessimo sempre fatto. Personalmente mi sento all’inizio di questo percorso, c’ho ancora i miei mal di pancia e le mie tensioni e posso migliorare molto nella relazione con il pubblico. Ma ho notato anche come di volta in volta sia sempre più naturale alzarsi in piedi, prendere la parola e sostenere un discorso agli occhi di chi mi è davanti.
Un’esperienza dopo l’altra sto facendo i conti anche con la mia soddisfazione, quella sensazione che a fine presentazione mi fa dire è stata una figata! o ‘sta volta avrebbe potuto andare meglio. Perché, se chi parla è osservato, è anche nella posizione di osservare e sentire il pubblico. Questa sera (una di quelle volte in cui posso dire è stata una figata!), guidando verso casa, mi sono messa a riflettere su quali siano gli elementi chiave perché il talk sia efficace, dove per efficace intendo la capacità delle parole di toccare le persone e di muovere qualcosa in loro perché escano diverse da come sono entrate. E sono arrivata alla conclusione (mai definitiva) che l’elemento chiave stia nel come io mi prenda lo spazio, nel diritto che concedo a me stessa di essere sul palco e di meritare di essere ascoltata.
Non voglio dire che i contenuti non contino, che la tecnica del parlare in pubblico e una buona dialettica non abbiano la loro parte. E non voglio nemmeno togliere a chi mi ascolta il potere di accettare o rifiutare le idee che ho da proporre. Per dirla più semplice, se balbetto concetti sgrammaticati sull’amore libero a un convegno sulla famiglia tradizionale non mi aspetto una standing ovation. Quello che voglio dire è che a parità di situazioni – e spesso si tratta di affrontare un gruppo di sconosciuti di cui non so nulla se non il contesto dell’incontro – l’efficacia della presentazione è direttamente proporzionale alla mia capacità di mettere da parte le insicurezze e offrire consapevolmente ciò che ho da offrire a chi mi è di fronte. A dirlo può suonare semplice, farlo è un’altra questione. Ma quelle poche volte che ci sono riuscita, come stasera, il riconoscimento è stato immediato.
Per riconoscimento non intendo la pacca sulla spalla o il complimento, il brava o l’applauso. Certo che un incoraggiamento aiuta ad alimentare l’autostima ma una sicurezza basata sull’approvazione altrui tanto rapidamente si costruisce e tanto velocemente è in grado di sfaldarsi alla prima critica. Per riconoscimento intendo lo sguardo dell’altro che tratta con rispetto, la capacità di ascolto, l’apertura a considerare un punto di vista diverso, anche solo per il tempo e lo spazio dell’incontro. È il concedere all’altro la possibilità di esprimersi e l’impegno ad accogliere ciò che si manifesta per quello che è e non per la proiezione che è più comodo farne.
Io, questa sera, di fronte al pubblico di DrinkArt #3 sono riuscita a riconoscermi e mi sono sentita riconosciuta: qualche attimo di alchimia che nutre il senso di mesi di lavoro.

Questa piccola esperienza personale mi ha condotto a un pensiero più ampio per la generazione di cui faccio parte. Chiamiamola quella dei trentenni, ma ci si possono ritrovare certamente molti quarantenni e molti ventenni e, al di là dei dati anagrafici, tanti altri. Quella dei trentenni in Italia è una generazione che rischia di saltare: sempre troppo giovani o troppo vecchi, troppo istruiti o poco formati, troppo esperti o ancora inadeguati. In ogni caso, mai adatti e incapaci di prendere il potere, nel senso del verbo io posso: io posso avere un lavoro, io posso avere una famiglia, io posso avere un’identità, io posso avere un sogno. Una generazione non riconosciuta.
Certo che il contesto ha fatto e sta facendo la sua parte. Tanti delle generazioni precedenti hanno sfruttato ciò che c’era da sfruttare senza pensare a chi sarebbe venuto dopo. La politica è disperante, persa nei giochi di potere nel senso più degenere della parola. È arrivata la peggiore crisi economica da quasi un secolo. Molti valori, spesso solo di facciata, sono stati messi in discussione senza essere sostituiti da principi sufficientemente condivisi perché una comunità possa dirsi tale. L’ignoranza nell’approccio ai mezzi di comunicazione ha creato un mondo in cui, per assurdo, è più difficile comunicare. Siamo bombardati dai media che ci vogliono convincere che abbiamo bisogno di tanto anche quando stiamo meglio con meno. Non c’è educazione alla libertà di coscienza, alla diversità, all’integrazione e al cambiamento, che di giorno in giorno diventano questioni sempre più pressanti. La struttura non regge e questo è palese.
Ma siccome su tutto ciò un singolo individuo non ha un potere risolutivo, finite le analisi ed esaurite pure le legittime lamentele, è il momento di prendersi le proprie responsabilità e di chiederci come stiamo contribuendo a creare questo stato delle cose. Per la generazione dei trentenni una risposta io la butto lì, più per invitare a riflettere che per presunzione che sia esaustiva: non siamo riconosciuti perché non ci riconosciamo. Non è che non ci proviamo o abbiamo fatto troppo poco: magari! Almeno saremmo la generazione degli spensierati bamboccioni che per comodità la politica continua a descrivere. Anzi, in molti ci hanno tentato così tanto da essere già vecchi ed esauriti quando è ancora tutto da cominciare. Il nodo è nel come l’abbiamo fatto, e spesso continuiamo a farlo: come degli adolescenti insicuri, senza la consapevolezza dei nostri talenti e la capacità di mettere dei limiti e di chiedere rispetto. Così, dalla generazione dei nostri genitori in cui il lavoro era un diritto, noi siamo quella che deve ringraziare se un lavoro ce l’ha. E abbiamo detto grazie, chinato la testa, ci siamo fatti piacere quello che disprezzavamo. Viviamo con la paura di perdere quello che neanche desideriamo, ci svegliamo alla mattina senza sapere neppure più chi siamo e, per non far fronte a questa tragedia, disprezziamo tutto e tutti: per un questione di mera sopravvivenza, chi dà poco valore a se stesso finisce per darne poco anche agli altri, pure a ciò che ritiene bello e prezioso. Troppo intelligenti per non accorgercene, alimentiamo il senso di svalutazione di noi stessi che sta all’origine del circolo vizioso che dovremmo spezzare. Ci nascondiamo, se potessimo non esistere lo faremmo ma, siccome così non è, finiamo ad autodistruggerci socialmente con la nostra ininfluenza. Accettiamo nostro malgrado un processo di impoverimento e abbrutimento in cui nessuno esce vincitore e si lotta solo per essere meno sconfitti.

E allora, dopo questa serata, alla generazione dei trentenni, la mia, mi viene da dire: riprendiamoci il nostro spazio. Se non vogliamo rischiare di saltare, è il momento di alzarci in piedi, prendere la parola e sostenere gli sguardi di chi ci ascolta. Capiterà che ci sia la timidezza, l’agitazione. Ci saranno ondate di insicurezza e bisognerà imparare a proteggersi con intelligenza dagli attacchi, perché chi si espone perde il beneficio della neutralità. Non sarà sempre la serata giusta, il pubblico giusto. Non importa. Proviamo a riconoscere noi stessi e vediamo cosa succede. Forse un giorno una scintilla s’accende, come è capitato a me questa sera. Una, piccolina. Ma prima o poi tante scintille il fuoco lo rianimano.

Patti

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